venerdì 2 settembre 2022

Esperide a. XII, nn° 23-24, 2019



Editoriale

Derive (a)critiche e necessità critiche

di Francesco De Nicolo, Srefano Seta


Tra gli aspetti che in tempi più recenti hanno marcato positivamente il campo della Storia dell’Arte dell’Italia Meridionale andrà registrato il considerevole sviluppo delle ricerche su alcune tematiche che fino a qualche decennio fa versavano in uno stato di generale disattenzione critica, venendo considerate, infatti, sottobranche della disciplina prive di “dignità” storiografica. Ritrovamenti documentari, specifiche disamine su opere, contesti e personalità che emergono da un quadro sempre più variegato e multiforme, hanno contribuito alla riabilitazione di argomenti per i quali la spregiativa etichetta “arti minori” si è rivelata sempre più inappropriata perché banalizzante e riduttiva rispetto a fermenti e fenomeni che furono, viceversa, assai complessi e nei quali si raggiunsero anche vertici di assoluta qualità. Basta sfogliare le pagine delle principali riviste scientifiche ed i cataloghi delle mostre promosse in questi decenni per notare il progressivo incremento dei contributi incentrati, per esempio, su marmi decorativi, su argenti e sulla scultura lignea; crescita alla quale potrebbe anche aver contribuito una sempre maggiore internazionalizzazione degli studi laddove in alcuni Paesi, si pensi alla Spagna in riferimento alla scultura in legno, vi è una tradizione di studi molto più radicata in determinati ambiti della Storia dell’Arte. Accanto al significativo progresso compiuto sul piano della conoscenza, allo studioso attento, tuttavia, non può sfuggire la percezione di alcune problematiche di carattere metodologico  sulle quali risulta opportuna una riflessione in relazione alle finalità stesse della nostra disciplina. Innanzitutto risulta sempre molto concreto il problema della scarsezza, o totale assenza, di documentazione archivistica che aiuti lo storico dell’arte a ricostruire la storia del manufatto oggetto del suo studio. Davanti a questa problematica, che in alcuni casi è stata di per sé ragione sufficiente per indurre alcuni studiosi a desistere dal trattare un determinato argomento, riteniamo che continui ad essere di estrema attualità e validità la riflessione che Oreste Ferrari espresse nel catalogo della storica mostra Civiltà del Seicento a Napoli (1984). Il compianto studioso, in riferimento alla penuria di documenti sulla scultura napoletana del Seicento, osservava che «la via da imboccare per risolvere i problemi ancora aperti e per addivenire ad una quanto più completa conoscenza della scultura secentesca a Napoli non potrà esser tracciata sulla fatalistica attesa del fortuito ritrovamento della carta d’archivio risolutiva, ma dovrà principalmente essere [...] la via del più intensivo esercizio degli strumenti di lettura critica delle opere». Dunque la lettura critica, praticata con gli strumenti propri della Storia dell’Arte, quali l’analisi stilistica, quella iconografica ed iconologica e, soprattutto, la contestualizzazione storica e culturale nei vari ambiti geografici di produzione, risulta indispensabile per una più completa e corretta interpretazione delle opere e degli artisti. Il dibattito internazionale - si pensi in particolar modo alle considerazioni formulate da Hans Belting in La fine della Storia dell’Arte o la libertà dell’arte - ha più volte evidenziato, peraltro, la necessità di ricusare qualsiasi approccio fondato su teorie specialistiche che sezionino l’opera d’arte in diversi aspetti e non tengano conto in prima istanza dell’importanza del testo figurativo, ossia della “documentazione oggettuale” costituita dall’opera stessa. A ciò consegue la necessità che lo studio dell’opera d’arte non si esaurisca al solo processo attributivo, con la pur utile individuazione di «tracce e i sintomi» che rivelando la mano dell’artista consentino di ricostruire un contesto di opere somiglianti e quindi in rapporto tra loro, ma sia articolato in maniera più complessa e critica. Ci riferiamo, solo per fare un paio di esempi, alla considerazione di una serie di problematiche che riguardano gli sviluppi stilistici presenti all’interno del corpus di opere di un artefice o alla capacità dello stesso di interpretare le tematiche culturali maturate in seno alla società di appartenenza. E se stiamo ribadendo tale necessità, che ad alcuni potrà sembrare ovvia, è perché sempre più spesso assistiamo, ahinoi, alla proliferazione di scritti acritici, di dubbia qualità scientifica, che esauriscono, anzi sminuiscono, il nobile compito di ricerca storico-artistica ad una frenetica ed ossessiva elencazione di opere e nomi, somiglianti più a stucchevoli rubriche telefoniche che a complessi studi di Storia dell’Arte, la cui unica finalità risulta essere la malcelata e vanagloriosa ricerca dell’inedito a “tutti i costi”. Non possiamo che auspicare, pertanto, che, dinanzi alle derive di cui qui abbiamo detto, la rivista Esperide continui a svolgere il suo ruolo di garanzia di qualità negli studi della nostra disciplina.  


Abstracts

• Giuseppe Collia

Nuovi studi sulla monetazione di Hipponion

Dopo un breve excursus sulla storia degli studi, il primo obiettivo e stato di inquadrare la città all’interno del contesto storico, attraverso uno scrupoloso vaglio e un’attenta analisi critica delle fonti antiche a nostra disposizione. Al termine di questa parte storica, l’attenzione si e concentrata sullo studio analitico e dettagliato delle iconografie delle quattro fasi monetali di età greca, al fine di giungere a conclusioni più sicure riguardo la cronologia. Per quanto concerne la prima fase si e cercato di operare degli attenti confronti iconografici con le coeve monetazioni della Sicilia greca. Ad Hipponion come immagine di D/ nelle monete della prima fase compare una testa di Hermes, immagine sconosciuta e desueta nel panorama numismatico magnogreco e siceliota, essa compare in diverse zone del mondo greco-orientale (Tracia, Macedonia, Locride Opunzia). Il presente lavoro ha anche cercato di chiarire e rinnovare alcune convinzioni legate agli studi compiuti in passato, come quella relativa alla legenda [EI, caratterizzata dalla presenza del digamma “osco” e interpretata come dato probante a giustificare la matrice italica della prima fase monetaria.


New studies on the coinage of Hipponion

After a brief excursus on the history of the studies, this essay focues on the Magna Graecia city within the historical context, through a scrupulous examination and an accurate critical analysis of the available ancient sources.At the end of this historical part, the author focuses on the analytical and detailed study of the iconographies of the four monetary phases of the Greek age, in order to reach more certain conclusions regarding the chronology. Concerning the first phase, an attempt was made to make precise iconographic comparisons with the contemporary coins of Greek Sicily. In Hipponion as an image of law in the first phase coins, a head of Hermes emerges, an unknown and obsolete image in the Magna Graecia and Siceliot numismatic panorama, it appears in various areas of the Greek-Eastern world (Thrace, Macedonia, Locride Opuntia). This work has also tried to clarify and renovate some convictions related to the studies carried out in the past, such as the one relative to the "FEI" legend, characterized by the presence of the "Oscan" digamma and intended as evidence to justify the Italic mold of the first monetary phase.



• Alessandra Pasqua

Stalettì nel quadro del sistema difensivo vicereale

Nel presente articolo si analizzano due fortificazioni presenti in due tavole del Codice Romano Carratelli, un manoscritto risalente alla fine del XVI secolo contenente acquerelli delle architetture difensive della Calabria Ultra, corredate da didascalie. Le tavole in esame sono la n. 62 e la n. 63, che rappresentano il litorale del comune di Staletti (Catanzaro). Le due rappresentazioni si rivelano utili per lo studio delle fortezze riprodotte e per ricostruirne la storia. I manufatti oggetto di indagine sono due: la Torre del Palombaro, di cui fino ad oggi e rimasto soltanto il toponimo, ed una torre quadrata che viene disegnata in progetto e che si può individuare in una costruzione finora mai considerata nella storiografia locale. Il metodo seguito consiste nella descrizione delle tavole, nella valutazione delle aree e delle preesistenze per come si presentano allo stato attuale, nell’esame delle tipologie delle torri e della documentazione storiografica. I luoghi descritti risultano oggi di proprietà privata e non e possibile accedervi. Una necessaria ed auspicata analisi dei siti e dei manufatti potrà suffragare le tesi qui illustrate.


Stalettì as part of the viceregal defense system

This article analyses two fortifications featured in two tables of the Romano Carratelli Code, a man uscript dating back to the end of the Sixteenth century containing watercolours of the fortifications in Calabria Ultra and the captions referring to them. The analysed tables are n. 62 and n. 63, which depict the coast of the municipality of Staletti (Catanzaro). The two images are useful to study the reproduced fortresses and to reconstruct their history. The artifacts under investigation are two: the Torre del Palombaro, of which today only the toponym remains, and a square tower that is designed in the project and that can be identified in a construction never considered so far by local historiography. The followed method consists in the description of the tables, the evaluation of the areas and pre-existing buildings the way they are currently, the examination of the typology of the towers and of the historiographical documentation. The described places are now private and cannot be accessed. A necessary and wished for analysis of the sites and artefacts will allow to confirm the theses illustrated here.



• Mario Panarello

Quesiti su opere erratiche e scomparse: una problematica Adorazione dei pastori copia di Polidoro da Caravaggio e un'antica fonte letteraria su un dipinto perduto 

Lo scritto tratta di due diverse testimonianze artistiche ossia dell’identificazione di un dipinto e di alcune fonti relative ad un’antica pala perduta; viene identificata, infatti, un dipinto erratico, custodito presso i depositi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della provincia di Cosenza, quale copia di una diffusa iconografia di un disegno degli anni romani di Polidoro da Caravaggio, raffigurante l’Adorazione dei Magi, nota anche attraverso diverse incisioni. La modesta copia calabrese databile ai primi del Seicento attesta l’ampia diffusione dei modelli di Polidoro. Nel medesimo scritto viene puntata l’attenzione su una fonte sfuggita sino ad oggi alla critica specialistica relativa all’esistenza di un ragguardevole dipinto raffigurante l’Epifania, un tempo custodito nel convento domenicano di Figline Vegliaturo, commissionato dal cardinale Pietro Paolo Parisio (1473-1545). Ritenuto da una fonte “uno de’ piu ragguardevoli d’Italia” e nel contempo considerato di Raffaello. Il dipinto è purtroppo andato perduto.


Questions on erratic and disappeared works: a problematic “Adoration of the Shepherds” copy by Polidoro da Caravaggio and an ancient literary source on a lost painting

This writing reports on two different artistic testimonies, namely the identification of a painting and some sources relating to an ancient lost altarpiece; indeed, an unknown provenance painting is recognized, kept in the "Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio" – Provincia di Cosenza warehouse, as a copy of a widespread iconography of a drawing from the Roman years of Polidoro da Caravaggio, depicting the Adoration of the Magi, also known through several engravings. The modest Calabrian copy dating back to the early seventeenth century confirms the wide diffusion of Polidoro's models. In the same writing, the attention is focused on a source which has been ignored by specialist criticism so far and relating to the existence of a remarkable painting depicting the Epiphany, once kept in the Dominican convent in Figline Vegliaturo and commissioned by Cardinal Pietro Paolo Parisio (1473-1545). A source consider it "one of the most remarkable in Italy" and at the same time considered a Raphael work. Unfortunately, the painting has been lost.



• Mario Panarello 

Fra disegni e dipinti di Polidoro da Caravaggio: alcuni riflessi sulla scultura del Cinquecento messinese

Il progressivo studio della scultura del Cinquecento messinese e l’importante tema dei modelli di riferimento hanno condotto, in questo contributo, all’individuazione di relazioni fra alcuni fogli del corpus grafico prodotto da Polidoro da Caravaggio e dalla sua bottega durante il periodo di soggiorno messinese con talune opere di scultura realizzate da diversi artefici attivi nel medesimo centro fra XVI e XVII secolo. Emerge una notevole influenza del pittore lombardo, allievo di Raffaello, sul campo della scultura; del resto egli è impegnato nella città dello Stretto nella prestigiosa impresa di allestimento degli apparati effimeri per il passaggio di Carlo V, esperienza in cui l’artista si cimenta nella fusione delle arti. Il saggio quindi mette in relazione alcune opere grafiche dell’artista lombardo con sperimentazioni figurative restituite a scultori contemporanei quali Domenico Vanello e Giovan Domenico Mazzolo, ed inoltre altre suggestive elaborazioni polidoresche con opere di scultori successivi quali Rinaldo Bonanno e il vasto entourages dei Calamecca.


Among drawings and paintings by Polidoro da Caravaggio: some reflections on the sculpture of the sixteenth century in Messina

The progressive study of the sixteenth century sculpture in Messina and the important topic about reference models have led, in this contribution, to the identification of relationships between some sheets of the graphic corpus created by Polidoro da Caravaggio and his workshop during the period of his stay in Messina with some sculptures made by different craftsmen working in the same place between the 16th and 17th centuries. A notable influence emerges from the Lombard painter, a Raphael pupil, upon the art of sculpture; after all, he is engaged in the city of the Strait in the prestigious challenge of setting up the ephemeral architectural structures for the passage of Charles V, an experience in which the artist put his efforts in the fusion of the arts. The essay therefore links some graphic works by the Lombard artist with figurative experiments returned to contemporary sculptors such as Domenico Vanello and Giovan Domenico Mazzolo, and also other evocative polidoresque creations with later works made by sculptors such as Rinaldo Bonanno and the vast entourages of the Calamecca.



• Dina Caligiuri

Palazzo Giannuzzi. Un'architettura di ispirazione romana tra Cinque e Seicento: documenti inediti e nuove analisi critiche

Il presente contributo tratta del palazzo Giannuzzi di Aiello Calabro, illustrando nuove acquisizioni documentarie che hanno permesso di datarne gli apparati decorativi scultorei ai primi anni del 1600 e di attribuirli con certezza al progetto e all’esecuzione di Pietro Barbalonga. Dello scalpellino-architetto di origine messinese, che impianta nel piccolo Stato calabrese una alacre bottega ben attestata da nuovi documenti, lo studio esplora i possibili riferimenti culturali, analizzandone il repertorio linguistico alla luce di raffronti di stile proposti con opere di diversi protagonisti della scena architettonica italiana, nel periodo compreso tra il secondo Cinquecento e il primo Seicento. Utile ad ulteriori approfondimenti e inoltre l’indagine condotta sulla configurazione dell’impianto architettonico del palazzo, da collocarsi in un’epoca antecedente all’intervento del Barbalonga, riguardo al quale si individuano alcune analogie con opere poste in ambito regionale e nazionale, inserendo l’edificio in un orizzonte di ampio ed elevato respiro storico-artistico.


The Giannuzzi Palace. A Roman-inspired architecture between the 16th and 17th centuries: unpublished documents and new critical analyzes

The essay deepens the topic of the history of the Giannuzzi Palace in Aiello Calabro and illustrates it with new documentary acquisitions that have made it possible to date the decorative sculptures in the early 1600s and to attribute them with certainty to the project and execution of Pietro Barbalonga.This essay explores possible cultural references related to the stonemason-architect of Messina origin, who sets up a busy workshop in the small Calabrian state, analyzing the linguistic repertoire in the light of style comparisons proposed with works by various actors of the architectural Italian scene, in the period between the second sixteenth and early seventeenth centuries. The investigation conducted on the configuration of the architectural structure of the building, to be placed in an era prior to the intervention of the Barbalonga, is also useful for further investigations, regarding which some similarities with works placed in the regional and national context are identified, inserts the 'building in a horizon of wide and high historical-artistic value.



• Stefano Seta

Episodi di scultura lignea del Settecento in alcuni centri del Tirreno cosentino

Il saggio mette in risalto l’importanza di un’accurata ricognizione del territorio regionale, prendendo in esame alcuni capolavori della statuaria lignea sfuggiti ai precedenti studi sull’argomento. Si tratta di sculture realizzate nel corso del XVIII secolo e che evidenziano il rapporto tra i committenti calabresi e le botteghe presenti a Napoli, dove accanto alle grandi firme, come Giacomo Colombo e Nicola Fumo, operavano una serie di personalità apparentemente defilate ma che rivelano al contrario una notevole abilita tecnica e la capacita di rielaborare in maniera autonoma i canoni stilistici in voga all’epoca. Degna di nota e l’attestazione dello scultore Giovanni Antonio Colicci, particolarmente apprezzato nell’area presa in esame per la sua poetica legata ad una grazia espressiva e formale tipicamente rocaille. Le opere passate in rassegna permettono uno sviluppo del saggio in senso cronologico, dai primi decenni al tramonto del Settecento, documentando, attraverso un serrato confronto con opere extraregionali, le peculiarità degli artisti chiamati in causa per l’attribuzione.


Examples of eighteenth-century wooden sculpture in some towns of the Tyrrhenian cost of Cosenza

This essay highlights the importance of an accurate study of the territory of the region, examining some masterpieces of wooden statuary not considered by previous studies on the subject. These are sculptures created during the eighteenth century which highlight the relationship between the Calabrian clients and the workshops in Naples, where next to the big names, such as Giacomo Colombo and Nicola Fumo, a series of, apparently in the background, personalities worked. These artists instead reveal remarkable technical skills and the ability to re-elaborate autonomously the stylistic models in vogue at the time. Noteworthy is the attestation to the sculptor Giovanni Antonio Colicci, particularly appreciated in the area in question for his poetics related to an expressive and formal grace that is typically Rocaille. The analyzed works allow a chronological development of the essay, from the early decades to the sunset of the eighteenth century, documenting, through a close comparison with extra-regional works, the peculiarities of the artists who are considerated for the attribution.



• Francesco De Nicolo, Laura Liliana Vargas Murcia

Considerazioni su Matteo Pérez da Lecce al margine di nuovi documenti tra Lima e Siviglia (1590-1602)

Attraverso l’analisi di diciotto documenti afferenti al periodo compreso tra il 1590 e il 1602, nel saggio si pone l’attenzione su alcuni aspetti della vita e della professione del pittore pugliese Matteo Perez da Lecce (1547 ca.-1606 ca.) che, dopo aver lavorato a Roma, Malta e Siviglia, si trasferì nel Viceregno del Peru attratto dal mito del El Dorado. Quella che emerge è la figura di un artista che seppe compiere una vera e propria scalata sociale ed economica portando avanti, accanto alla pratica pittorica, una serie di attività affaristiche come la compravendita di schiavi e di oggetti di lusso e la ricerca di tesori precolombiani e miniere.


Considerations on Matteo Pérez da Lecce on the sidelines of new documents between Lima and Seville (1590-1602)

Through the analysis of eighteen documents relating to the period between 1590 and 1602, the essay focuses on some aspects of the life and profession of the Apulian painter Matteo Perez da Lecce (1547-1606) who, after having worked in Rome, Malta and Seville, moved to the Viceroyalty of Peru attracted by the myth of El Dorado. What emerges is the figure of an artist who was able to make a real social and economic climb by carrying on, alongside the pictorial practice, a series of business activities such as the buying and selling of slaves and luxury items and the search for pre-Columbian treasures and mines.



• Domenico Pisani

Contabilità e deliberazioni confraternali della chiesa di Maria SS. Addolorata di Serra San Bruno. Documenti di interesse storico-artistico relativi al XIX e al XX secolo

Il terzo libro manoscritto relativo ai conti dell’Arciconfraternita dell’Addolorata di Serra San Bruno abbraccia un arco di tempo che va dal 1881 al 1902 e offre informazioni di sicuro interesse sulla realizzazione di oggetti e arredi sacri, come la base per la statua della Vergine, opera dell’argentiere napoletano Domenico Ferraro, o lo stendardo processionale serico ricamato a Lione. Attraverso il libro delle delibere, invece, e possibile seguire la costruzione del piedistallo, avvenuta nel 1902, collocato all’interno dell’altare proveniente dalla Certosa, realizzato in legno dipinto a finto marmo e decorato con alcuni bronzetti fanzaghiani rimasti fuori dalla ricomposizione del 1820. Sono attestati inoltre i lavori di modifica operati agli inizi del XX secolo nel braccio destro della crociera, la commissione degli ultimi quadri a completamento del ciclo iconografico e l’impresa per la costruzione della chiesa neogotica del cimitero. Le delibere, inoltre, documentano le opere compiute tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, in primis la porta di bronzo e poi quella interna in legno intagliato, opere dello scultore Giuseppe Maria Pisani, oltre ai furti sacrileghi che hanno impoverito il patrimonio della chiesa.


Accounting and Archconfraternity resolutions of the church of Maria SS. Addolorata of Serra San Bruno. Documents of historical and artistic interest relating to the nineteenth and twentieth centuries

The third manuscript book relating to the accounts of the Archconfraternity of the Addolorata of Serra San Bruno covers a period of time from 1881 to 1902 and offers information of great interest on the creation of sacred objects and furnishings, such as the base for the statue of the Virgin, an artwork of the Neapolitan silversmith Domenico Ferraro, or the silk processional banner embroidered in Lyon. Through the book of resolutions, on the other hand, it is possible to follow the construction of the pedestal, which took place in 1902 It was placed inside the altar coming from the Certosa, made of wood painted in imitation marble and decorated with some bronzes of Cosimo Fanzago left out from the reassembly of 1820. The resolutions attested also the works carried out at the beginning of the twentieth century in the right side of the cross vault, the commission of the last paintings to complete the iconographic cycle and the undertaking for the construction of the neo-Gothic church of the cemetery. The resolutions also document the works completed between the fifties and sixties of the twentieth century, first of all the bronze door and then the internal one in carved wood, works carried out by the sculptor Giuseppe Maria Pisani, in addition to the sacrilegious thefts that have impoverished the patrimony of the church.



• Renato Ruotolo

Burocrazia e formazione artistica ai tempi di Ferdinando II di Borbone: documenti e appunti sul Pensionato della provincia di Calabria Citra e su alcuni pittori calabresi

Questo saggio, attraverso le carte dell’Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, intende ricostruire l’iter burocratico necessario per ottenere dai comuni o dalle province la concessione delle pensioni che permettevano agli aspiranti artisti privi di mezzi di potersi recare a Napoli per studiare presso il Real Istituto di Belle Arti. Il percorso era lungo e contorto, coinvolgeva enti periferici e ministeri allo scopo di accertare il reale bisogno e le potenzialità dei candidati. La ricerca si è concentrata sugli anni 1840-60 ed ha preso in considerazione soltanto gli aspiranti pittori della provincia di Calabria Citra, corrispondente all’attuale di Cosenza. Nel corso della ricerca sono stati reperiti documenti su artisti del cosentino che avevano richiesto il pensionato, alcuni noti, come Antonio Del Corchio, Rocco Lo Tufo, Eugenio Tano, Francesco Santoro, altri quasi se non del tutto sconosciuti, come Giulia Bellizzi, Antonio Formoso, Angelo Frianni. Quanto di inedito e emerso sulla vita e le opere di questi e di altri pittori viene qui pubblicato e messo a disposizione degli studiosi.


Bureaucracy and artistic training at the time of Ferdinand II of Bourbon: documents and notes on the pensioner of the province of Calabria Citra and on some Calabrian painters

This essay, through the papers of the Archive of the Academy of Fine Arts of Naples, reconstructs the bureaucratic process necessary to obtain from the municipalities or provinces the granting of pensions that allowed aspiring artists without means to be able to go to Naples to study at the Royal Institute of Fine Arts. The path was long and convoluted, involving peripheral bodies and ministries in order to ascertain the real need and potential of the candidates. The research is based on the years 1840-1860 and takes into consideration only aspiring painters from the province of Calabria Citra, corresponding to the current province of Cosenza. During the research documents were found on artists from Cosenza who had requested a pension, some well-known, such as Antonio Del Corchio, Rocco Lo Tufo, Eugenio Tano, Francesco Santoro, others almost if not completely unknown, such as Giulia Bellizzi, Antonio Formoso, Angelo Frianni. What has emerged about the life and works of these ones and other painters is published here and made available to scholars.



• Pasquale Faenza

Il busto reliquario di San Leo a Bova. Tecniche e stile, riutilizzi e aggiunte, adattamenti iconografici

Il contributo focalizza l’attenzione sul busto reliquario in argento di San Leo, opera del 1635 conservata nel santuario omonimo di Bova, sede diocesana nell’estremo Sud della Calabria. Le informazioni sulla tecnica esecutiva e sullo stile del simulacro emerse in occasione del restauro dell’argento, unite ad una attenta rilettura delle carte d’archivio hanno consentito all’autore di individuare una serie di interventi pregressi che lasciano pensare come il busto di San Leo sia frutto di adattamenti di un’opera ricalcante in origine un prototipo iconografico non pertinente l’immagine del monaco italo-greco, quanto quella di un santo gesuita. Nella stessa occasione l’autore fornisce un più preciso riferimento cronologico circa il periodo di esecuzione dell’attributo iconografico dell’ascia, aggiunta al busto probabilmente tra il 1675 e il 1693. Infine lo studioso rende noti altri due bolli consolari napoletani impressi nella cassa reliquario ottocentesca sulla quale giace la scultura di San Leo, tra le prime argenterie messinesi ad inaugurare la stagione barocca in Calabria.


The reliquary bust of San Leo in Bova. Techniques and style, reuses and additions, iconographic adaptations

This contribution focuses attention on the silver reliquary bust of San Leo, a work of 1635 preserved in the sanctuary of the same name in Bova, a diocesan seat in the extreme south of Calabria. The information on the executive technique and on the style of the simulacrum that emerged during the restoration of the silver, combined with a careful rereading of the archive papers, allowed the author to identify a series of previous interventions that suggest how the bust of San Leo is the result of adaptations of a work that was originally an iconographic prototype not pertaining to the image of the Italo-Greek monk, but of a Jesuit saint. On the same occasion, the author provides a more precise chronological reference about the period of execution of the iconographic attribute of the ax, added to the bust probably between 1675 and 1693. Finally, the study discloses two other Neapolitan consular stamps impressed in the reliquary case on which lies the sculpture of San Leo, one of the firstsilverware coming from Messina to inaugurate the Baroque season in Calabria.



Esperide. Cultura Artistica in Calabria nn. 23-24

È in uscita il nuovo numero della rivista Esperide. Cultura Artistica in Calabria. Per ulteriori informazioni/prenotazioni è possibile rivolgersi al Direttore Panarello, inviando una e-mail a: panarello1969@gmail.com





lunedì 5 luglio 2021

Esperide a. XI, nn° 21-22, 2018

 


Editoriale

STRATEGIA DELLA (DIS)ATTENZIONE AI BENI CULTURALI

di Mario Panarello, Dario Puntieri


È oramai un topos il tema della inadeguata conservazione dei beni culturali in Calabria, e non per indulgere alla pratica del lamento, ma a causa del ciclico ripetersi di situazioni paradossali che suggeriscono serie riflessioni. La consueta riproposizione di problemi da tempo insoluti trova causa principalmente in una politica regionale insufficiente, estranea alla cultura del territorio ed ignara delle coordinate fondamentali della storia e dell’arte calabrese. Di conseguenza le figure preposte alla tutela e alla salvaguardia dei beni sono spesso inconsistenti e, nei casi in cui siano animate quantomeno da buone intenzioni, tanto ostacolate da inficiare ogni lavoro costruttivo. È palpabile inoltre la distanza fra gli studi prodotti dalle figure professionali e gli operatori del settore culturale e turistico, tanto da far rimanere le competenze relegate in ambiti ristretti (nel migliore dei casi) senza arrivare a quanti dovrebbero beneficiarne. L’offerta turistica, inoltre, priva di strategie, viene affidata alla buona volontà di pochi, quando un suo rilancio potrebbe essere importante e significativo per i beni culturali anche laddove già esiste una “strategia dell’attenzione” per far nascere un’auspicabile rete che possa comunicare, a quanti ne vogliano usufruire, il valore intrinseco delle opere e non solo quello esteriore, spesso deturpato e martoriato dalle ingiurie del tempo. Siamo sempre più convinti, soprattutto in mancanza di manifestazioni eclatanti e immediatamente riconoscibili, che i beni culturali in Calabria abbiano bisogno di studi attenti che ne possano spiegare le dinamiche storiche e le prerogative, definendone il carattere e l’unicità: le opere d’arte, infatti, non ci dichiarano esplicitamente il loro contenuto né il loro background ma hanno bisogno di una puntuale esegesi critica. Rimane ancora aperto il problema dell’istruzione storico-artistica a vari livelli. Infatti si avverte una profonda scollatura tra gli studi teorici e la storia dei luoghi, una visione questa, opposta alla moderna museomania che spesso genera luoghi grigi, spesso non adeguatamente allestiti, e dotati di opere decontestualizzate, contenitori che difficilmente riescono a raccontare e a spiegare il contesto per riscuotere il giusto interesse. Tutto questo è aggravato dal fatto che musei e chiese non sono regolarmente fruibili anche per la mancanza di una strategia e di un’organizzazione. Ancora purtroppo la figura dello storico dell’arte ha difficoltà a trovare una giusta collocazione professionale, ed è spesso soggetta a dinamiche distorte che promuovono come in un gioco perverso persone inadeguate ma ben sostenute, che spesso non hanno la giusta lungimiranza per risollevare le sorti di un settore fondamentale per lo sviluppo di questa regione sempre più alla deriva. Si pensi che qualche anno fa un uomo delle istituzioni ebbe a dire che non avrebbe promosso l’unica rivista esistente sui beni culturali e sulla storia dell’arte in Calabria a causa dell’esiguità dei suoi lettori. È singolare che difronte ad una proposta culturale di spessore molti si dicono pronti a sostenerla ma, quando si arriva a concretizzare il progetto, inesistenti vizi di forma si frappongono in maniera pretestuosa perché si preferiscono sagre e feste rionali o manifestazioni che, magari valide, sono inficiate da familismo amorale o da semplici clientele. È logica conseguenza, a questo punto, che di fronte ad emergenze storico-architettoniche di rilevanza considerevole si auspichi addirittura il crollo, come accade drammaticamente per il palazzo Bisogni di Briatico, o che si smantelli nell’indifferenza generale un palazzo vincolato, come sta accadendo a Vibo Valentia agli interni del palazzo di Francia, decorati in occasione della visita in Calabria di Gioacchino Murat. Oppure ancora si potrebbe menzionare, tra tanti altri, il caso delle statuine di ambito sanmartiniano custodite nella chiesa matrice di Montauro, un tempo dorate a mercurio ed oggi inspiegabilmente rivitalizzate da un bagno galvanico. 

A partire da questo numero Esperide si arricchisce di un ulteriore componente internazionale del comitato scientifico, il prof. Rafael López Guzmán, cattedratico dell'Università di Granada (Spagna), in linea col nuovo più ampio respiro meridionale e mediterraneo della nostra rivista. Allo stesso tempo prende forma il nostro nuovo sito internet, strumento indispensabile per una maggiore diffusione delle nostre ricerche.


Abstract

• Lorenzo Coscarella, Dalla storia all’opera: il fonte battesimale della Paterno aragonese 

A Paterno Calabro, in provincia di Cosenza, è presente un antico fonte battesimale in tufo, custodito attualmente nella chiesa del convento dei Minimi di San Francesco di Paola ma proveniente dalla chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista. L’opera presenta una fascia con iscrizione in caratteri gotici, che permette di datarlo al 1442, e uno stemma che in questa sede viene identificato con quello in uso nel Regno di Napoli dopo la conquista aragonese, raggiunta da Alfonso il Magnanimo proprio in quell’anno. A conferma di come l’Arte possa diventare testimonianza della Storia, l’iscrizione e lo stemma collocano il manufatto all’interno del contesto in cui venne realizzato. Alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Cosenza, inoltre, contribuiscono a gettare luce su molte vicende della Paterno del XV secolo. Il “fonte aragonese” di Paterno si inserisce così in un ristretto gruppo di opere pre-rinascimentali relative ad un secolo, il Quattrocento, che vide la Calabria funestata da lotte intestine tra fazioni che si contendevano il potere a livello locale e nazionale. 

From history to artwork: the baptismal font of the Aragonese Paterno.

In the town of Paterno Calabro, in the province of Cosenza, there is an ancient baptismal font made of tuff, currently placed in the church of the convent of the Minims of San Francesco di Paola but coming from the parish church of San Giovanni Battista. The work has a band with an inscription in Gothic characters, which allows it to be dated to 1442, and a coat of arms which is identified with that one in use in the Kingdom of Naples after the Aragonese conquest, reached by Alfonso the Magnanimous in that year. To confirm how art can become a testimony of history, the inscription and the coat of arms place the artifact within the context in which it was created. Furthermore, some documents from the State Archives of Cosenza contributed to shedding light on many events occurred in the Paterno of the 15th century. The “Aragonese baptismal font “ of Paterno thus can be included into a small group of pre-Renaissance works relating to a century, the fifteenth century, which saw Calabria ravaged by fighting between factions competing for local and national power.  


• Pasquale Faenza, Su Giovambattista Mazzolo e su una sua inedita scultura dell’antica Matrice di Gioia Tauro.

Il contributo è incentrato sull’attribuzione a Giovambattista Mazzolo di un’inedita scultura in marmo, oggi nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Gioia Tauro (RC), identificata nella Madonna con Bambino segnalata nella visita pastorale del 1587 sull’altare centrale della chiesa gioiese di Sant’Ippolito. Dall’analisi stilistica dell’opera e da ricerche d’archivio lo studioso propone una datazione ai primi anni trenta del XVI secolo, indicando, quale probabile committente, un prelato dell’entourage del cardinal Andrea della Valle, vescovo di Mileto (1508-1523) e archimandrita del Santissimo Salvatore di Messina, prima tra il 1519 e il 1524 e in seguito tra il 1530 e il 1532. La scultura gioiese ha inoltre offerto spunti di riflessione per indagare le tappe fondamentali della carriera artistica del Mazzolo, probabilmente iniziata in patria, a contatto con gli scultori ornatisti di Pietrasanta e le suggestioni antiquarie provenienti sia dagli affreschi lucchesi di Amico Aspertini, sia dalle imprese dei maestri lombardi e toscani, attivi tra la Toscana e la Liguria tra Quattro e Cinquecento.

Giovambattista Mazzolo and his unpublished sculpture of the ancient Church of Gioia Tauro.

The contribution focuses on the attribution to Giovambattista Mazzolo of an unprecedented marble sculpture, today located in the church of Sant’Antonio di Padova in Gioia Tauro (RC), which can be identified in the Madonna with Child reported in the pastoral visit of 1587 on the central altar of the church of Sant’Ippolito in Gioia Tauro. From the stylistic analysis of the work and from some archive researches, the scholar proposes a dating to the early thirties of the sixteenth century, indicating, as a probable patronage, a prelate from the entourage of Cardinal Andrea della Valle, bishop of Mileto (1508-1523) and Archimandrite of the Santissimo Salvatore of Messina, first between 1519 and 1524 and later between 1530 and 1532. The sculpture also offered food for thought to investigate the fundamental stages of Mazzolo’s artistic career, which probably began in his homeland, in contact with the ornatist sculptors of Pietrasanta and the antiquarian suggestions coming both from the Lucca frescoes by Amico Aspertini and from the works of the Lombard and Tuscan masters, active in Tuscany and Liguria between the fifteenth and sixteenth centuries.


• Mario Panarello, Una “buona scultura della scuola di Michelangelo”. La statua di San Nicola della cattedrale di Mileto e la nuova attribuzione a Giovan Angelo Montorsoli. 

Attribuita ai Caccavello, la grande e sfortunata statua marmorea di San Nicola in cattedra del duomo di Mileto, commissionata dal presule di origine romana Quinzio de Rustici, non ha avuto sino ad ora la giusta attenzione da parte degli studiosi. Il presente contributo dopo aver delineato l’ambiente culturale del committente, le vicende storiografiche legate al simulacro, nonché le vicissitudini dell’opera dalla sede d’origine a quella attuale, ripropone un’analisi più attenta, presentando un nuovo orizzonte attributivo rivolto verso una più diretta cultura di ascendenza michelangiolesca, indicando nella produzione di Giovanni Angelo Montorsoli e nel suo soggiorno a Messina, fra il 1547 ed il 1557, numerosi appigli significativi attraverso i quali giustificare i nuovi confronti attributivi. Del resto dirette citazioni michelangiolesche costellano l’opera che è una delle statue più significative dell’epoca giunte nella regione, nella quale è possibile cogliere il riflesso della grande statuaria celebrativa pontificia, che inizia a consolidarsi nei primi del Cinquecento, diventando inoltre sintomatica del diffondersi dei modelli di Buonarroti in alcune soluzioni plastiche e in taluni dettagli decorativi. 

A “good sculpture of the school of Michelangelo”. The statue of San Nicola in the cathedral of Mileto and the new attribution to Giovan Angelo Montorsoli. 

Attributed to the Caccavello family, the large and unfortunate marble statue of San Nicola in Cattedra of the cathedral of Mileto, commissioned by the Roman prelate Quinzio de Rustici, has not received until now the right attention from scholars. This contribution, after having outlined the cultural environment of the patronage, the historiographical events linked to the simulacrum, as well as the vicissitudes of the work from the place of origin to the current one, proposes a more careful analysis, presenting a new attribution horizon turned towards a more direct culture of Michelangelo’s ancestry, indicating in the production of Giovanni Angelo Montorsoli and in his stay in Messina, between 1547 and 1557, numerous significant holds through which to justify the new attributive comparisons. After all, direct quotations by Michelangelo are present in the work which is one of the most significant statues of that time arrived in the region, in which it is possible to grasp the reflection of the great papal celebratory statuary, which began to consolidate in the early sixteenth century, also becoming symptomatic of its spread of Buonarroti models in some plastic solutions and in some decorative details.


• Mario Panarello, Verso la Sicilia. Brani scultorei settecenteschi: il Dio Padre di Bagnara ed altre opere calabresi.

Il breve contributo è incentrato su alcune opere di scultura settecentesca in Calabria ritenute di provenienza messinese, poco considerate dagli studi a causa della perdita e frammentazione del patrimonio artistico a seguito dei disastrosi terremoti che hanno afflitto i centri dello Stretto. Grazie alla presenza di opere documentate è stato possibile proporre l’attribuzione di alcune statue siciliane e di riconsiderarne più attentamente altre calabresi che per qualità si rapportano ai prodotti di alcune botteghe attive a Messina. In particolare l’attenzione è stata rivolta alla danneggiata statua di Dio Padre della chiesa del Rosario di Bagnara Calabra, per la quale, in connessione all’altare sottostante, identificato presumibilmente con quello maggiore dell’antica chiesa dei dodici Apostoli del medesimo centro da cui la scultura proviene, è stata proposta come ipotesi di lavoro un’attribuzione allo scultore Giuseppe Buceti di Messina, autore fra l’altro della guglia dell’Immacolata della piazza del duomo dell’importante centro siciliano. 

Towards Sicily. Eighteenth-century sculptural pieces: the Dio Padre di Bagnara and other Calabrian works.

This short contribution focuses on some eighteenth-century sculpture works placed in Calabria and considered to be originating of Messina, not much considered by studies due to the loss and fragmentation of the artistic heritage following the disastrous earthquakes that afflicted the centers of the area of the Stretto. Thanks to the presence of documented works, it was possible to propose the attribution of some Sicilian statues and to reconsider more carefully other Calabrian artworks and statues that could be compared for their quality to the products of some art workshops operating in Messina. In particular, great attention was paid to the damaged statue of the Dio Padre of the church of the Rosario of Bagnara Calabra, for which, in connection with the underlying altar, presumably identified with the greater one of the ancient church of the twelve Apostles of the same town from which the sculpture originates, was proposed as a working hypothesis an attribution to the sculptor Giuseppe Buceti of Messina, author of the steeple of the Immaculate Conception in the cathedral square of the important Sicilian center.


• Antonio Cosentino, Profilo artistico di un'architettura perduta: la settecentesca chiesa del Rosario di Bagnara Calabra 

Il saggio ha l’obiettivo di effettuare una ricognizione storico-artistica della Chiesa tardo settecentesca del Rosario di Bagnara Calabra, eretta in seguito al terribile sisma del 1783 e danneggiata da quello di inizio XX secolo. L’intento è quello di evidenziare le peculiarità architettoniche e puramente artistiche del fabbricato, sottolineando le tangenze con gli edifici coevi del territorio calabrese. La consultazione di fonti di archivio ha permesso di individuare le maestranze attive nel cantiere e chiarire il ruolo ricoperto nell’esecuzione dei lavori. Attraverso l’incrocio delle informazioni recuperate, documentali e grafiche, si è tentato di restituire una immagine quanto più fedele di questa architettura settecentesca purtroppo ormai perduta. 

Artistic profile of a lost architecture: the eighteenth-century church of the Rosario di Bagnara Calabra.

The essay aims to carry out a historical-artistic survey of the late eighteenth-century church of the Rosario di Bagnara Calabra, built following the terrible earthquake of 1783 and damaged by that one of the early twentieth century. The intent is to highlight the architectural and purely artistic peculiarities of the building, emphasizing its links with other coeval buildings of the Calabrian area. The consultation of archive sources allowed to identify the workers active on the site and clarify the role played in the execution of the works. Through the intersection of the information recovered, both documentary and graphic, an attempt was made to restore an image as faithful as possible of this eighteenth-century architecture, unfortunately now lost.


•  Simona Anna Vespari, Nuove considerazioni sulla chiesa di San Sergio e Soci a Vallefiorita.

Il presente contributo si concentra sulle fasi costruttive della chiesa Matrice di Vallefiorita, riedificata in seguito al sisma del 1783. Attraverso una rilettura della documentazione archivistica è stato possibile analizzare la lunga vicenda che ha interessato la ricostruzione del sito – il cui termine post quem si pone in maniera sicura al 1796 – inserendola coerentemente in un discorso più ampio che abbraccia buona parte della Calabria Ulteriore; attraverso specifici confronti con altri monumenti si è notato come esso si inserisca all’interno di un linguaggio architettonico diffuso sul territorio calabrese. Di non secondaria importanza è, inoltre, la discussione intorno all’architetto che si occupò della riedificazione della chiesa Matrice, Giuseppe de Furia, figura ancora da riscoprire pienamente ma a cui, in via ipotetica, pare collegarsi un Giuseppe Furia di Napoli impegnato nella decorazione a stucco della Cattedrale di Squillace nel 1796 e a cui va assegnato anche il monumento funebre del vescovo Nicola Notaris. 

New considerations on the church of San Sergio e Soci in Vallefiorita.

This contribution focuses on the construction phases of the Chiesa Matrice of Vallefiorita, rebuilt following the 1783 earthquake. Through a series of new studies of the archival documentation it was possible to analyse the long story that involved the reconstruction of the site – whose term post quem arises to 1796 – inserting it coherently in a wider discourse that embraces a good part of the so called Calabria Ulteriore; through specific comparisons with other monuments it was noted how it fits within an architectural language widespread in the Calabrian territory. Of no secondary importance is also the discussion around the architect who took care of the rebuilding of the main church, Giuseppe de Furia, a figure yet to be fully rediscovered but to whom, hypothetically, seems to be connected a Giuseppe Furia from Naples who is involved in the stucco decoration of the Cathedral of Squillace in 1796 and to whom is also attributed the funeral monument of bishop Nicola Notaris.


•  Adrián Contreras-Guerrero, Francesco De Nicolo, Culti calabresi nel Nuovo Mondo: il caso di San Domenico di Soriano e di San Francesco Saverio di Potami.

Il saggio focalizza l’attenzione su due culti che caratterizzano il territorio calabrese che, in Età Moderna, vengono trapiantati nei Viceregni americani in virtù delle strategie di propaganda controriformistica degli Ordini religiosi. Il culto per San Domenico di Soriano, in particolar modo, è attestato da numerose testimonianze iconografiche a Cuzco, Lima e soprattutto Bogotà. Nella stessa capitale colombiana è attestato anche il culto, di matrice gesuitica, per San Francesco Saverio di Potami del quale esisteva una tela nella chiesa della Compagnia. La compresenza a Bogotà dei due culti calabresi svela le strategie di competizione tra domenicani e gesuiti, Ordini che trasferirono il proprio antagonismo dal Vecchio al Nuovo Mondo. 

Calabrian cults in the New World: the case of San Domenico di Soriano and San Francesco Saverio di Potami.

The essay focuses attention on two cults that characterize the Calabrian territory which, in the Modern Age, were transplanted into the American Vice reigns by virtue of the counter-reformist propaganda strategies of the religious Orders. The cult of San Domenico di Soriano, in particular, is attested by numerous iconographic testimonies in Cuzco, Lima and above all in Bogotà. In the same Colombian capital is also attested the cult, of Jesuit origin, for San Francesco Saverio di Potami of which there was a canvas in the church of the Company. The coexistence of the two Calabrian cults in Bogotà reveals the strategies of competition between Dominicans and Jesuits Orders which transferred their antagonism from the Old to the New World.


•  Domenico Pisani, Il busto di Ferdinando II di Borbone, opera di Venanzio Pisani. Dal modello in legno alle sue traduzioni in ferro fuso.

Nel 1832 il brigadiere Giovanni Prichard, ispettore dei corpi facoltativi “al di qua del Faro”, fece arrivare da Napoli, presso le Reali Ferriere di Mongiana, un busto in gesso raffigurante Ferdinando II di Borbone. La scultura doveva essere utilizzata per la fusione in ferro ma, essendo tale materiale inadatto – a causa della sua fragilità – all’utilizzo in fonderia, bisognava tradurla in legno. Fu affidata a Venanzio Pisani (Serra, 1800 ca. - 1878), un pittore, scultore e incisore di Serra San Bruno, che proveniva da una famiglia di artisti e aveva completato la sua formazione a Napoli nello studio di Costanzo Angelini. L’artista intagliò il modello in legno, tutt’oggi esistente, forse reinterpretandolo, e così fu possibile procedere alla fusione in ferro del primo busto da collocare presso lo stabilimento di Ferdinandea, in ricordo della visita di Ferdinando II il 22 aprile 1833. Successivamente furono fusi altri due busti, oggi perduti, per Mongiana, un altro per Catanzaro, oggi collocato nel Museo militare, ed altri ancora per Sant’Andrea Apostolo dello Jonio e Gerace. 

The bust of Ferdinando II of Borbone, a work by Venanzio Pisani. From the wooden model to its iron casting. 

In 1832 the brigadier Giovanni Prichard, inspector of the optional military corps “al di qua del Faro”, sent from Naples to the Reali Ferriere of Mongiana a plaster bust representing Ferdinand II of Borbone. The sculpture was to be used for iron casting but, since this material was unsuitable, due to its fragility for its use in the foundry, it had to be transformed into wood. The work was entrusted to Venanzio Pisani (Serra, 1800. - 1878), a painter, sculptor and engraver of Serra San Bruno, who came from a family of artists and had completed his training in Naples in the studio of Costanzo Angelini. The artist carved the wooden model, which still exists today, perhaps reinterpreting it, making so possible to proceed with the casting of the first bust to be placed at the Ferdinandea factory, in memory of the visit of Ferdinand II on 22 April 1833. Two other busts made for Mongiana, now lost, were later merged, another one merged for Catanzaro, and it is actually located in the Military Museum, another one for Sant’Andrea Apostolo dello Jonio and the last one for Gerace.


•  Anna Arcudi, Mauro Francesco La Russa, Michela Ricca, Sulla statua del Dio Padre di Bagnara Calabra. Indagini diagnostiche e interventi di restauro.

Lo scritto raccoglie i risultati dei lavori di restauro che hanno interessato la Statua del Dio Padre di Bagnara Calabra. Il frammento scultoreo, infatti, prima degli interventi di ripristino presentava segni di deterioramento che ne avevano alterato la corretta leggibilità. Le indagini hanno, pertanto, fornito informazioni relative ai fenomeni di degrado che hanno riguardato il brano scultoreo nel corso del tempo, nonché elementi utili per comprendere le tecniche impiegate per la sua esecuzione. Le analisi svolte, infine, hanno consentito di individuare la provenienza del materiale marmoreo adoperato per la realizzazione della statua, identificato attraverso una serie di studi geo-isotopici.

Studies and considerations on the Statue of the Dio Padre of Bagnara Calabra. Diagnostic Analysis and Restoration. Works carried out on the precious artwork. 

The paper collects the results of the restoration work that involved the Statue of the Dio Padre of Bagnara Calabra. The sculptural fragment, in fact, before the restoration works showed many signs of deterioration that had altered its correct legibility and interpretation. The preliminary diagnostic analysis provided information on the degradation phenomena that affected the sculptural piece over time, as well as some useful elements for understanding the techniques used for its execution. Finally, the analyses which was carried out made it possible to identify the origin of the marble material used for the construction of the statue, identified through a series of geo-isotopic studies.


La Redazione

lunedì 5 aprile 2021

Esperide. Cultura Artistica in Calabria nn. 21-22


È in uscita il nuovo numero della rivista Esperide. Cultura Artistica in Calabria. Per ulteriori informazioni/prenotazioni è possibile rivolgersi al Direttore Panarello, inviando una e-mail a: panarello1969@gmail.com


 




lunedì 5 ottobre 2020

mercoledì 2 settembre 2020

Il volume Mattia Preti e la Calabria. Percorsi storiografici e critici verrà presentato presso la Biblioteca comunale di Bagnara Calabra, giorno 3 settembre alle 21,30.
 

sabato 25 aprile 2020

Scultura lignea napoletana dell’Ottocento tra Napoli e Calabria:
 il caso di Arcangelo Testa e i suoi modelli 

  di 
Francesco De Nicolo 




Dalla Santa Veneranda di Polistena alla Sant’Irene di Altamura: un’attribuzione a Gennaro Franzese


di
 Francesco De Nicolo e Arturo Serra Gómez









mercoledì 15 aprile 2020

Editoriale Anni VI-VII, 11-14, 2011, di Mario Panarello

Anni VI-VII, nn. 11 - 14, 2013-2014

Editoriale


di Mario Panarello

MATTIA PRETI E LA CALABRIA


Com’è noto a molti, nel percorso della storia dell’arte moderna calabrese, è imprescindibile confrontarsi con la figura di Mattia Preti, un artista cosmopolita che si proiettò oltre i limiti principali provinciali, verso dimensioni e tensioni artistiche di ben altra portata rispetto a quelle dimesse che il territorio visse nel Seicento. E’ stato spesso sottolineato come il legame particolare con la committenza e con la sua città natale abbia determinato l’arrivo dei numerosi dipinti di Taverna che soprattutto nel tempo diventarono un riferimento indispensabili per i pittori del territorio, mentre oggi rappresentano per gli storici dell’arte una delle vette più elevate per qualità e complessità della tradizione storiografica regionale. Esperide, purtroppo in ritardo con le uscite delle annate precedenti, aveva programmato da tempo di celebrare il quarto centenario della nascita dell’artista, contraddistinto da diverse iniziative culturali, con un volume speciale che accorpasse due anni e contenesse quattro numeri, nei quali raccogliere saggi diversi su problematiche storico-artistiche legate alla figura del pittore di Taverna. I contributi, coerenti con lo spirito della rivista, affrontano tematiche connesse con la regione e al contesto meridionale, trattando di argomenti di più ampia portata, come quello sviluppato da Miguel Hermoso Cuesta, che impernia la sua analisi sull’attività di Mattia Preti e Luca Giordano intorno al 1656, quando i due artisti si confrontarono a Napoli, o quello di Renato Ruotolo che ripercorre le vicende dei perduti affreschi della cupola della chiesa napoletana di San Domenico Soriano, da sempre legata ai calabresi per l’importanza del culto dell’immagine acheropita del Santo. I restanti contributi puntano l’attenzione su questioni critiche, storiche e storico-artistiche e rivolte al territorio regionale, ma non per questo limitati anzi il taglio prescelto ha imposto di concentrare l’attenzione su argomentazioni mai prima affrontate e su diverse altre ancora da sviluppare che, a nostro avviso, hanno arricchito molto il panorama critico degli studi pretiani, apportando novità di rilievo anche lì dove i temi non riguardano strettamente il pittore di Taverna, ma in vario modo collegati alle premesse della formazioni o all’eredità da lui trasmessa. In molti casi è stata una sfida la scelta di argomenti particolari che, nonostante alcune difficoltà, hanno messo in luce diversi aspetti spesse volte originali. Inoltre i differenti tagli critici e metodologici con i quali le tematiche sono state affrontate hanno interessato opere e argomenti mai prima trattati che, sebbene siano suscettibili di approfondimenti, possono rappresentare indubbiamente un punto di riferimento per ricerche più ampie. Dunque, non si è rivelato un limite il concentrarsi su tematiche strettamente regionali, ma anzi, attraverso la difficile ricomposizione di trame spezzate dal tempo, la ricerca ha portato alla formulazione di contributi nuovi. La presenza di saggi di uno stesso autore dipende dal fatto che, come già rimarcato, questo numero speciale ne accorpa ben quattro semestrali, a questo si aggiunga che l’iniziativa, programmata già da diverso tempo, ha incontrato il favore di molti i quali però in fase di gestazione dell’opera, per varie ragioni, hanno declinato l’invito. Da qui la difficoltà di reperire articoli specifici destinati alle diverse sezioni della rivista, mentre alcune tematiche identificate dal curatore, necessarie di significativi sviluppi, sono rimaste eluse per la mancata disponibilità di studiosi desiderosi di affrontare nuove avventure di ricerca. Tra i contributi che sono partiti dall’analisi di tematiche più strettamente connesse alla regione vi è quello di Dario Puntieri che ha analizzato le suggestioni critiche affioranti da uno scritto giovanile di Alfonso Frangipane dedicato a Taverna e al suo patrimonio artistico, ancora oggi incredibilmente attuale. Quello redatto a quattro mani dal sottoscritto e Domenico Pisani mira a raccogliere le diverse fonti che tra Settecento e Novecento hanno interessato l’attività del pittore di Taverna, nonché la sua fama attraverso i ritratti diffusi principalmente nel Regno napoletano. Il corposo scritto di Umberto Ferrari fornisce una nuova visione dei fatti storici che hanno contraddistinto Taverna tra Cinque e Seicento attraverso il supporto di molti documenti inediti. Anche il contributo di Bruno Alessio Bedini fornisce una nuova panoramica sui cavalieri gerosolimitani calabresi al tempo di Mattia Preti. Un saggio sul culto di San Giovanni in Calabria e sulla straordinaria diffusione di opere cinquecentesche in marmo e di dipinti, redatto da chi scrive, indaga anche la diffusione della devozione attraverso il suddetto ordine cavalleresco. Domenico Pisani è invece l’autore di uno scritto che analizza la committenza e le vicende legate ad alcuni importanti dipinti pretiani che vanno oltre il corpus cospicuo delle tele tavernesi. Il contributo del giovane Antonio Cosentino affronta con una capillare analisi un tema inedito; il collezionismo legato alle opere pretiane presso importanti famiglie collegate alla Calabria e vissute nelle suntuose residenze sparse nei centri del regno napoletano. Ancora Pisani firma un breve scritto nel quale presenta un’inedita tela di Preti custodita presso una collezione catanzarese. Un nuovo taglio di lettura , in chiave iconologica, del celebre dipinto del Cristo fulminante è affrontata da chi scrive attraverso una complessa analisi che mette in luce alcuni velati significati dell’opera. Lo stesso curatore, a quattro mani con Dario Puntieri, analizza il dipinto della Madonna del Rosario mettendo in luce le implicazioni iconografiche connesse all’ambientazione architettonica , mentre nel saggio successivo affronta la tematica delle copie prevalentemente settecentesche di dipinti pretiani esistenti nella regione. Giovanni Autilitano è l’autore di un breve saggio su un dipinto catanzarese di scuola pretiana dove evidenzia la dipendenza del modello iconografico da dipinti celebri dell’artista e del suo ambito. Ancora su un singolo dipinto di Preti disperso, e sulle vicende ottocentesche, concentra l’attenzione Giuseppe Valentino grazie all’acquisizione di nuovi darti archivistici. Il successivo saggio a cura dell’autore di questo editoriale propone un excursus sulla pittura in Calabria al tempo di Mattia Preti, restituendo nuovi elementi utili per rileggere la formazione pretiana e la tarda produzione artistica in Calabria, connessa al grande artefice. Pisani è ancora l’autore di un originale saggio sull’iconografia pretiana del Novecento celebrata attraverso bozzetti, sculture a tutto tondo e medaglie onorarie. Chiude la successione dei saggi una breve scheda di restauro a cura di Vito Sarubo sui lavori da poco terminati della confraternita del Santissimo Salvatore annessa alla chiesa di Santa Barbara a Taverna. Lunga la sezione delle recensioni dedicata prevalentemente a pubblicazioni connesse alla figura dei Preti o a studi strettamente correlati pubblicati non solo sino al 2014, ma anche oltre per consentire agli studiosi di avere un panorama il più ampio possibile relativo agli studi sull’artista. Per il presente numero, proprio per le sue peculiarità, è stato predisposto uno speciale gruppo di consulenti scientifici diverso dal consueto comitato comparso nelle precedenti annate. Di esso faceva parte Giorgio Leone purtroppo scomparso alla fine dello scorso anno il quale, come è noto a tutti, ha speso molte energie per la conoscenza del patrimonio artistico calabrese e della figura di Mattia Preti. Scomparso pure Carlo Longo, esimio studioso dell’ordine domenicano, uno dei consulenti del comitato scientifico della rivista che sin dal suo nascere ne salutò con entusiasmo la fondazione.

Editoriale Anno V, 9-10, 2012, di Domenico Pisani

Anno V, nn. 9-10, gennaio - dicembre 2012

Editoriale


di Domenico Pisani

IN CALABRIA TRA ARTE E FEDE: PROBLEMI DI TUTELA DEI BENI CULTURALI


«Le ragnatele| dietro i vetri, le madonne| le ragnatele del Carmine| la ragnatela di Portosalvo| la ragnatela della Quercia». Così recitano alcuni versi tratti dal Canto dei nuovi emigranti (1964) di franco Costabile, poeta di Sambiase, uno dei più importanti del Novecento calabrese, Rileggendoli sembra di poter toccare con mano l’incuria , l’abbandono in cui versano diverse chiese, sparse per la Calabria, piccoli contenitori di capolavori d’arte misconosciuti. In molti paesi, infatti, il Concilio Vaticano II, gli altari laterali, caduti in disuso, furono in alcuni casi smantellati e in altri dimenticati segnando il loro degrado, Stessa fine fecero gli affreschi, imbiancati a calce, e gli arredi sacri, come le cartagloria, i candelabri, le cornucopie e le lampade votive, spesso realizzate on argento. Nel corso della campagna fotografica e di studio sulle statue lignee serresi, pubblicata in questo numero, non è stato raro imbattersi in opere, che solo qualche anno fa possedevano ancora le loro cromie originali, malamente imbrattate da incompetenti con smalti sintetici. Certo, la spinosa questione del “rinnovo” delle statue lignee andrebbe affrontata in modo chiaro: per culpa in vigilando di più d’uno , e pro bono pacis verso una Chiesa spesso disattenta nei confronti delle problematiche artistiche, improvvisati restauratori hanno avuto agio di ridipingere a smalto, deturpare, violentare le più belle statue lignee della Calabria inficiando spesso ogni possibilità attributiva e seppellendo le firme degli statuari, apposte sulle iscrizioni dedicatorie delle basi, sotto molti strati di colore. La cancellazione della memoria viene così operata sistematicamente, lentamente e inesorabilmente. Vi sono molti esempi del genere: il rinnovo delle statue, degli altari, di settecentesche porte bugnate destinate a legna da ardere e sostituite con opere nuove, è passato come un ciclone distruttivo a causa di un’ansia compulsiva da ammodernamento tra gli applausi di chi gode nel vedere colori brillanti, magari acrilici, spennellati sulle superfici scolpite. Queste considerazioni, purtroppo non sono nuove: si obietta che la casa di Dio non è un museo – o che le istanze della devozione collidono con il rispetto tout court delle opere antiche – ignorando i principi della tutela e della valorizzazione dei beni culturali. E intanto le sculture lignee processionali, che giacciono chiuse in teche rovinate o in nicchie scrostate e impolverate, attendono il pennello innovatore di qualche “dotto” che sposta e distrugge, acquiescente verso chi lo mantiene. Oggi gli scultori e gli intagliatori, in passato definiti con dispregio “santari”, hanno acquisito una dignità tale da essere considerati veri e propri maestri della scultura lignea, i cui esiti sono presi in considerazione da rari nantes della ricerca artistica. Le loro opere devono essere lette, diversamente da altri manufatti, insieme alle oreficerie di corredo e agli aneddoti che ne costituiscono parte integrante. Si prestano ad indagini sociologiche ed antropologiche, raccontano la religiosità popolare e sono un elemento fondamentale delle microstorie dei luoghi. Sono frutto materiale di sacrifici dovuti alle confraternite laicali che per agevolare le pratiche di pietà hanno fatto realizzare nel tempo insegne, attributi iconografici di santi, ma soprattutto imponenti fercoli processionali che, devastati oggi dal porporina, hanno perso l’originale meccatura o, addirittura, la doratura a foglia. La sensibilizzazione nei confronti di un patrimonio così importante è uno dei compiti di questa rivista che si propone di far conoscere i beni culturali regionali per favorirne la tutela. Solo con questa finalità, che dovrebbe accomunare tutti, senza preclusione alcuna, la divulgazione del patrimonio artistico permette di acquisire la consapevolezza delle radici storiche della Calabria, a partire dalla cultura materiale delle classi subalterne. "Esperide", infatti, è nata come un tentativo, frutto della sinergia di archeologi, di storici dell’arte, di restauratori ma anche di appassionati e cultori della materia, di ragionare su ciò che questa regione possiede, in maniera libera senza condizionamento alcuno, men che mai politico, considerato che non gode di finanziamenti pubblici, per tramandarlo a chi vorrà fruirlo, nella sua interezza, ricordando sempre che tempus edax, homo edacior.

martedì 14 aprile 2020

Editoriale Anno IV, 7-8, 2011, di Mario Panarello


Anno IV, nn. 7-8, gennaio – dicembre 2011

Editoriale


di Mario Panarello

SULLA VIA DEL RISCATTO


Afflitta da una congerie di problemi di varia natura che costituiscono il freno per uno sviluppo coerente all’interno di un contesto socio culturale ricco di scambi internazionali sempre più fluido, la Calabria prosegue a rilento, non senza macroscopiche contraddizioni, la via verso il riscatto della propria identità artistica. La scollatura fra l’urgenza di un recupero attento in ogni settore delle arti e l’effettiva attenzione riservata ai beni culturali del nostro territorio da parte di quanti sono chiamati non solo alla tutela, ma ad una coerente valorizzazione del patrimonio, si avverte sempre di più. Sarebbe certamente arduo ricercare le complesse ragioni di una tale disfunzione, aggravata oggi senza dubbio da una crisi economica in relazione alla quale la necessità del recupero materiale e culturale del patrimonio artistico parrebbe non prioritaria. Tuttavia, i problemi che creano gli effettivi vincoli sono e continuano ad essere principalmente endemici ad un paese che ancora stenta a strutturarsi, assorbito da interessi economici oltre ogni ragionevole bisogno, dove è imperante la speculazione e l’indolenza, imbrigliato da conflittualità inutili, alimentate dall’ignoranza e da logiche irrazionali, dove la sensibilità è un valore di pochi, spesso appannaggio di quelli che non contano. Con questa consapevolezza ci accingiamo a pubblicare, con una naturale fatica che giustifica il ritardo considerevole, rispetto ai tempi di stampa previsti, un altro numero doppio della rivista Esperide dedicata alla conoscenza dei beni culturali calabresi, ovviamente vittima delle molteplici dinamiche negative che segna non il nostro territorio, poiché anche quanti se ne occupano non dimostrano un’adesione sincera e anzi preferiscono il silenzio alla produttività, alimentando equivoci, conflitti, critiche sterili in un gioco di adesione ad inutili partiti che sembrano clonare più che le improduttive contrapposizioni della politica attuale, giochi infantili diretti a conservare primati fittizi. Per fortuna la ricerca offre soddisfazioni che sembrano neutralizzare ogni conflitto, soprattutto quando ci si rende conto dell’importanza scientifica della stessa. La rivista ha una vocazione particolare: quella di raccogliere le tante voci sparse nel territorio che con spirito di sacrificio e abnegazione investono energie per fare affiorare la bellezza nascosta. In particolare, un deterrente anche per lo sviluppo di un’autocoscienza estetica proiettata sullo spazio urbano è il forte degrado che investe le nostre architetture storiche. Fortunatamente, c’è chi si prodiga a valorizzare architetture, completamente in rudere, modificate e spesse volte decontestualizzate perché inserite in un tessuto degradato che progressivamente va perdendo la sua identità, oppure manufatti artistici frammentari e pesantemente alterati. Per molti casi solo attraverso l’analisi di alcuni documenti è possibile restituire ai luoghi l’originaria facies, facendone riemergere l’essenza, le ragioni e il significato. L’isolamento di un’opera rispetto alla sua collocazione e alla sua condizione storica sembra essere un comune denominatore di molti centri che hanno perso non soltanto gran parte del patrimonio, ma la documentazione stessa necessaria per ricucire le parti di un tessuto ''sfibrato'' che non rivela più il complesso intreccio che un tempo unificava le manifestazioni artistiche. In questa situazione non certo esaltante il lavoro di recupero da parte di studiosi non necessariamente ''affermati'', ma spinti da un sincera passione, spesso soffocata da un sistema viziato, diventa essenziale per gli obiettivi che la rivista intende perseguire. L’indagine delle diverse manifestazioni artistiche, da quelle più auliche a quelle popolari, rappresenta un fattore di conoscenza di un humus culturale che nel corso della storia si è sedimentato, costituendo il substrato della nostra cultura. Accanto allo studio delle opere di maggiore rilievo appare necessario guardare con attenzione nuova le manifestazioni apparentemente minori che non sempre manifestano una ingenuità espressiva, ma esprimono temi e significati di linguaggi colti, con la consapevolezza che anche un piccolo frammento recuperato è fonte di ricchezza per una realtà così disgregata ma il cui recupero è sicuramente necessario per comprendere meglio anche le dinamiche ''della grande storia''.